martedì 25 luglio 2017

Artisti: Ivano Fabbri




Superfici in Movimento

L’Italia di primi anni Sessanta vive una fase storica di transizione e di rinnovamento, caratterizzata da un fecondo clima artistico che determina delle sostanziali svolte estetiche, dal superamento dell’informale all’attività di gruppi interessati ai problemi della visione del movimento e che rapportano la loro ricerca estetica alle nuove tecnologie. Numerosi artisti operano sia individualmente che in équipe orientati verso sperimentazioni di carattere scientifico volte ad analizzare le componenti percettive ed estetiche del movimento. Forte è la necessità di cambiare le abitudini visive secondo le quali un’opera d’arte è godibile nella misura in cui appare compiuta e conchiusa. Ecco che gruppi come le Recherche Visuelles di Parigi, il Gruppo T (di Milano) e il Gruppo N (di Padova) inventano forme che appaiono sempre diverse da sé stesse, sollecitando costantemente lo sguardo e l’attenzione dello spettatore. Non solo godimento, appunto, di un’opera ma partecipazione diretta. Sia sul piano bidimensionale che su quello tridimensionale, essi ottengono una movimentazione della superficie tale da renderla ambiguamente mutevole e cangiante.








Alcune mostre chiave come quelle del 1961 a Zagabria (“Nova Tendencija”) e a Milano (Olivetti), e del 1964 a New York (“The Responsive Eye”), consacrano l’arte programmata e cinetica e la cosiddetta optical art a livello internazionale. La meditata analisi dei valori essenziali della percezione visiva pone il lavoro svolto da questi artisti sulla scia delle sperimentazioni concretiste degli anni Cinquanta. Ma non solo. Continuando a ricercare le vicende artistiche che precedono l’arte cinetica e che in qualche modo la influenzano, dobbiamo risalire ai primi decenni del Novecento. Il dinamismo e la determinazione a stimolare il piacere dalla visione non più di una singola forma ma di tante forme compresenti e simultanee, pone il linguaggio cinetico in linea diretta con l’esperienza dell’avanguardia futurista e dadaista ed infine con le poetiche di certi costruttivisti russi e del Bauhaus.
Frutto di rigore e precisione, il lavoro di Ivano Fabbri mostra una profonda attitudine sperimentale. Esso si configura come una elaborazione successiva di quelle poetiche che, al sorgere degli anni Sessanta, si concretizzano in opere e oggetti il cui presupposto è la sintesi fra estetica, scienza e tecnologia. L’accoglimento delle fisiologie intrinseche a materiali poveri come il metallo, è l’elemento che congiunge la pratica dell’artista bolognese a quella dei neoconcretisti tedeschi Otto Piene e Heinz Mack, del venezuelano Rafael Soto e del conterraneo Getulio Alviani. Tutti sono attratti dalla luminescenza del metallo, le cui vibrazioni creano nuovi percorsi visivi.
Se per alcuni artisti il dinamismo dell’opera è scaturito dal movimento reale a cui essa viene sottoposta sia naturalmente – basti pensare ai mobiles fluttuanti nell’aria di Calder e Munari – che mediante meccanismi meccanici – le opere di Tinguely e Morellet ne sono un esempio–nel caso di Fabbr il’elementocinetico si innesca a partire dallo spostamento dello spettatore nei confronti dell’opera. Intelligenza e immaginazione sono in lui sollecitati affinchè egli completi il lavoro partecipando ad esso ed assemblando mentalmente le varie parti di cui si compone.







L’attitudine di Ivano Fabbri al rigore progettuale deriva da quello che è stato il lavoro di tutta la sua vita: la progettazione di interni. Parallelamente al lavoro nel campo del design industriale e dell’arredamento, l’artista porta avanti una sua ricerca nell’ambito delle arti visive, prima dipingendo, e poi concentrandosi sui metalli. I due percorsi, che rappresentano una costante del suo operare, si sviluppano in perfetta coerenza. L’arte, così come la progettazione per l’industria, l’architettura e il design, sono vissute dall’artista non come alternative, ma come necessità di sperimentare e verificare concetti affini. In entrambe è preminente l’indagine attorno agli infiniti effetti ottico-luminosi scaturiti dall’incidenza della luce sulla superficie lavorata dell’acciaio.





L’opera di Fabbri si contraddistingue proprio per l’importante approfondimento delle tematiche legate alla luce, al suo diverso comporsi e realizzarsi nello spazio. In tal senso il lavoro di Alviani è per lui un imprescindibile punto di riferimento anche se, intorno agli anni Novanta, il nostro artista rivela un rinnovamento dei mezzi che lo pone quasi in antitesi con la poetica del Maestro.
Se nell’opera di Alviani l’alluminio non subisce alcuna alterazione, l’acciaio è per Fabbri materia vitale, su cui agire e imprimere il proprio carattere. In apparenza grossolano ed artigianale, esso diventa magma espressivo in grado di produrre effetti cinetici di grande raffinatezza e suscitare vibratilità luminose e pulsanti.



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